Chi sceglie un fornitore di energia guarda quasi sempre il prezzo, ed è naturale. È la prima cosa che si vede, è scritta in un numero, si confronta in un minuto. Lavoro nel mercato dell’energia dal 2004 e credo che sia anche la cosa che dura meno. Un contratto si vive per anni, e quello che pesa davvero, nel bene e nel male, è quello che resta dopo la firma.
Prima o poi succede sempre qualcosa. Una fattura che non torna, un subentro da fare in fretta, una pratica ferma da qualche parte, un cambio di potenza che serviva ieri. In quel momento il numero scritto sull’offerta smette di contare, e conta chi risponde al telefono, in quanto tempo, e se sa spiegarti che cosa sta succedendo. Un prezzo basso con un servizio assente costa più tardi, in ore perse, in nervi, in decisioni prese male perché nessuno ti ha dato retta. Il risparmio vero, secondo me, si costruisce nel tempo ed è fatto soprattutto di cose che non succedono.
C’è poi una parte che molti saltano: capire quanto si consuma, e perché. Sembra banale ed è quella che più spesso manca. Molte aziende sanno quanto pagano, poche sanno quando, dove e per quale motivo consumano quello che consumano. Prima si misura, poi si decide, e soltanto dopo ha senso scegliere da chi comprare. Fare il contrario è come scegliere la scarpa prima di sapere il numero del piede. Per questo penso che il fornitore giusto non sia il più economico in assoluto, ma quello adatto a come lavora la tua azienda e di cui ti puoi fidare quando serve.
Da qui discende un’altra idea, che per me vale più di molte dichiarazioni: il chilowattora più pulito è quello che non si consuma. Non deve essere prodotto, trasportato, pagato. Le fonti rinnovabili sono importanti e lo dico senza riserve, ma un consumo evitato ha il vantaggio di non chiedere niente a nessuno. Lavorando con le imprese vedo spesso che il risparmio e il rispetto per l’ambiente coincidono: meno spreco vuol dire meno costo e meno impatto, e non serve scegliere tra i due.
Per questo diffido di chi dipinge di verde un’offerta e si ferma lì, come di chi guarda soltanto il prezzo. È sempre l’apparenza, e l’apparenza è comoda: ha un bel colore, costa poca fatica e si capisce a colpo d’occhio. Preferisco una conversazione più lunga e meno brillante, in cui si guardano i dati, si scoprono gli sprechi e si decide con i numeri davanti.
Vivo in un’isola dove il paesaggio fa parte della vita di tutti. Mi pare che qui ogni discorso sull’energia diventi presto un discorso sul territorio, e lo trovo giusto. Non sta a me dire che cosa sia meglio per un luogo che appartiene a chi lo abita. Posso soltanto dire che chi consuma con consapevolezza lascia più spazio alle scelte, e che le scelte migliori si fanno quando nessuno ha fretta.
I clienti li ho sempre seguiti con attenzione e con una cura che qualcuno potrebbe definire maniacale, e non l’ho mai considerato un difetto. Rispondere, richiamare, controllare un dettaglio una volta in più, esserci anche quando non sarebbe il proprio turno. Ho imparato a lavorare così prima davanti al forno e poi nell’energia: se una cosa va fatta, va fatta fino in fondo, e a nessuno interessa quanto sia stata faticosa.
Dietro ogni contratto c’è una persona, con un’azienda da tenere in piedi, una famiglia, una sera in cui vorrebbe andare a casa senza pensieri. Credo ancora nei rapporti forti tra persone, prima che tra imprenditori. Quando lo si ricorda, il lavoro cambia: smette di essere una pratica da chiudere e diventa una relazione da mantenere. Mi sento tra quelli che ancora ci credono, e mi pare che siamo meno di un tempo.
Dico spesso, anche a me stesso, che il business è una conseguenza e non un obiettivo. Se si lavora bene per le persone, il resto arriva quando deve arrivare, e non è detto che arrivi subito. È un modo di fare impresa che richiede pazienza, e che si capisce soltanto con gli anni.
Giuseppe Irranca




