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Fotografia

Il mio teorema sul ritratto

Un ritratto dice qualcosa di chi è ritratto, ma dice altrettanto di chi lo guarda. Provo a dimostrarlo, a modo mio.

Ritratto in bianco e nero di Giuseppe Irranca nell’ombra, con la mano al mento e gli occhiali

3 min

Uso la parola teorema perché mi piace l’idea di un’affermazione che si regge su poche premesse semplici e porta a una conseguenza da cui non si torna indietro. Non pretendo di aver dimostrato qualcosa per tutti. È il mio modo di vedere, maturato dietro l’obiettivo e davanti alle immagini degli altri, e lo scrivo perché negli anni mi si è fatto sempre più chiaro.

Un ritratto non mostra soltanto chi è ritratto. Mostra, con la stessa esattezza, chi lo guarda.

La prima premessa è il bianco e nero. Quando tolgo il colore non tolgo realtà, tolgo rumore. Il colore racconta la maglia, la parete, la stagione, ed è un racconto bellissimo, ma parla delle cose. Il grigio ti tiene sul volto, su uno sguardo, sull’ombra che gli cade accanto. A me interessa quello che c’è sotto la superficie, e ci arrivo per sottrazione.

La seconda premessa è l’essenza. Un volto non è una posa e nemmeno l’espressione scelta per l’occasione. Non cerco di far apparire una persona migliore di com’è, cerco di non perderla. Quello che resta, quando funziona, somiglia più a lei che alla sua immagine, e per questo mi sembra di toccare qualcosa di profondo. Non so se si debba chiamarla anima. È la parola che mi viene quando riguardo lo scatto, a distanza di giorni.

La terza premessa è la più delicata, ed è il giudizio. Una fotografia viene guardata da persone diverse, e ognuna ci posa sopra quello che porta con sé. Davanti allo stesso ritratto c’è chi vede malinconia, chi dolcezza, chi forza. Succede con tutto ciò che si pretende di giudicare in fretta: un volto segnato, uno sguardo diretto, un corpo ritratto con rispetto. Qualcuno ci riconosce bellezza, qualcun altro ci legge malizia. Io so com’è stata fatta quella fotografia, e so che la malizia, nell’immagine, non c’era. La malizia non nasce dalla fotografia, nasce da chi la guarda. Chi vede il male in un’immagine mostra, senza accorgersene, qualcosa di quello che ha dentro.

La psicologia ha un nome per questo meccanismo, proiezione: attribuiamo agli altri, e alle immagini, ciò che in noi non riusciamo a guardare. Non ne faccio una teoria, mi basta riconoscerla quando accade. Succede che due persone davanti alla stessa fotografia ne diano letture opposte, e la fotografia non è cambiata di un grano. Il commento, in quel caso, racconta più chi lo fa che l’immagine.

Da qui la conseguenza. Se una fotografia è anche uno specchio di chi guarda, allora un ritratto non è concluso quando lo scatto è fatto. Si completa negli occhi di chi lo incontra, e genera emozione proprio perché non è chiuso: lascia uno spazio, e in quello spazio ognuno mette un pezzo di sé. Richard Avedon diceva che i suoi ritratti parlavano più di lui che dei soggetti. Io aggiungo il terzo vertice del triangolo: parlano anche, e forse soprattutto, di chi li guarda.

Non ne ricavo una regola per gli altri, solo un’abitudine per me. Quando una fotografia mi disturba o mi colpisce, mi chiedo prima che cosa sta toccando in me e solo dopo che cosa dice dell’immagine. Giudicare dall’apparenza è la strada più breve, e di solito riporta a casa propria. Leggersi attraverso un volto, invece, è un modo lento e onesto di conoscersi.

Io la luce non la produco, la ricevo. Il volto la restituisce, e a me resta il compito di non mettere la mano davanti. Dal buio una forma emerge soltanto se si resta a guardare abbastanza a lungo, e a quel punto capisci da dove viene la luce.

Giuseppe Irranca

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